Eros Renzetti

Ho scoperto il volto di Leonor Fini, o meglio i suoi occhi, come ho raccontato a Laura Gavioli1, per caso, sfogliando, da piccolissimo, una rivista nella quale appariva con l’amica Brigitte Bardot. La conobbi di persona molto dopo, nei primi anni ottanta, e le rimasi amico fino alla sua scomparsa. Ci legò un grande affetto, raro per lei, dato il suo carattere altruista ma altero e non sempre incline a sentimentalismi – tranne con chi avesse una coda e unghie affilate, pupille allungate, pelo e sottopelo di grande finezza.
Ricordo un giorno a Parigi nel 1986, una delle prime volte che la incontrai con Fabrizio Clerici – il suo “Re Luna”, come a volte lo chiamava – giorno di calma nell’appartamento di rue de la Vrillière, calma curiosa dati i due personaggi presenti, i quali, a vederli, tutto emanavano tranne che calma e tranquillità. Eravamo in un primo pomeriggio, con il sole che entrava dalla grande finestra dello studio all’ultimo piano, in un silenzio assoluto. Lei stava finendo una grande tela verticale alla quale lavorava da mesi, e lui disegnava con lunghi fustelli di bambù che avevamo colto a Saint-Dyé-sur-Loire. Nel frattempo io mi alternavo tra il suo cavalletto, standole alle spalle, e la visione di una monumentale edizione di lusso con sue litografie. All’improvviso, proprio mentre ci eravamo scostati per controllare l’effetto di una pennellata, un razzo di pelo schizzò nello studio gettandoci nel panico.

"pupille allungate,pelo e sottopelo di grande finezza."

Leonor Fini negli anni ’60

Madame si sedette, quasi svenuta, ma non prima di avermi dato una spallata per incitarmi a correre appresso all’animale impazzito. Era uno dei tanti felini che, assonnati, le giravano intorno e la seguivano ovunque, ma questa volta vagava come in delirio. Girava e si lamentava, o meglio emetteva strani suoni gutturali che lasciavano presagire il peggio. Nonostante la mia ritrosia verso i gatti, mi tuffai ad acchiapparlo per poi consegnarlo nelle braccia della padrona dalle larghe maniche di taffetà, la quale, afferratolo, cercò subito di calmarlo. Fabrizio, che aveva seguito la scena quasi impassibile, non poté trattenersi dal sentenziare, raccogliendo una piuma: “Avrà forse mangiato un piccione!”. Lei gli rispose stizzita: “Ne dis pas la merde, nous ne sommes pas à Venise!”.
L’accompagnai d’urgenza dal veterinario. Arrivati, entrammo di corsa nell’ambulatorio, e il medico ci disse, come avevamo sospettato, che era stata una piccola piuma, andata di traverso. Nella sala d’attesa Leonor incontrò una donna dai lunghi capelli biondi e parlò con lei in francese e in italiano. Il medico, poi, diede a me la bestiolina dal collare elisabettiano e a lei le raccomandazioni del caso. All’uscita Leonor salutò la sua amica e le disse, presentandomi: “È un giovane artista, mio amico italiano!”. La signora mi guardò, strinse al guinzaglio il suo carlino – che poi divenne la mia razza preferita –e, in italiano, mi sussurrò: “Amo l’Italia!”. Tornati a casa, al suo “Re Luna” – il quale nel frattempo aveva scoperto che non un piccione il gatto aveva dilaniato, ma una maschera di piume della sua amica – Leonor disse: “Abbiamo incontrato Dalida!”.

LEONOR FINI
Visage, 1977
china su carta, 15,2 x 15,8 cm
Firmato: basso ds. Leonor Fini
Iscrizioni autografe sul recto: per Giancarlo Renzetti
sul verso: altro disegno autografo a matita
Collezione Eros Renzetti, Roma
Donato dall’artista a Renzetti nel 1982

Leonor Fini, anche nei rapporti di amicizia, era la persona – strano a dirsi – meno “artificiale” che si potesse incontrare; rispondeva lei stessa al telefono e credo che non abbia mai avuto una segreteria telefonica; solo nell’ultimo periodo comprò un fax. Io le feci due ritratti nel 1983 e, pressappoco negli stessi anni, un triplice ritratto nel quale mi autorappresentavo con lei e con il suo amico Fabrizio, in una “complicità tutta romantica”, mi disse vedendolo all’epoca.
Dato che mi considerava un san Sebastiano redivivo, un giorno mi regalò una cartolina raffigurante il martire, indirizzatale da Paul Éluard. In un’altra occasione fui io a regalarle un curioso disegno di Fabrizio, dicendole al telefono che era un ritratto di uomo. Lei azzardò l’ipotesi che fosse Stanislao Lepri; invece, quando vide il disegno, mi scrisse:

“Caro Giancarlo2 pensavo proprio a te, quando è arrivato il pacco col disegno di Fabrizio, che sarebbe un ritratto del mio carissimo amico Stanislao. Questo ritratto se capisco che dovrebbe essere lui – ma non gli assomiglia che vagamente oppure niente – Grazie in ogni modo e la mia vera simpatia amichevole Leonor” (14 novembre 1994).

Leonor Fini fotografata da Hugues Ronald negli anni ’40.
Foto originali (una dedicata a Renzetti) ©Archivio Eros Renzetti

L’ultima volta che la incontrai era il dicembre del 1995 –l’amico di una vita se n’era andato due anni prima. Quella volta lei non indossava il kimono, ma era vestita in nero, con calzamaglia e blusa. Già non stava bene, e mentre parlavamo, dopo colazione, stando in piedi, rimase appoggiata a me, fissandomi con i suoi occhi neri dal bellissimo kajal. Questo è l’ultimo ricordo, l’ultima immagine che ho di lei. Quando l’avevo conosciuta ero rimasto impressionato dai suoi occhi, e ora mi salutò, per l’ultima volta, con il suo sguardo. Lo sguardo di una sfinge dai mille enigmi che aveva saputo propormi da giovinetto, dai tanti racconti e raccomandazioni che mi aveva fatto nel corso del tempo: quale fosse, ad esempio, la miglior tecnica pittorica e, soprattutto, come sopravvivere, raggiungendo la meta prefissata, nella giungla dell’arte.

"i suoi occhi neridal bellissimo kajal"

Leonor Fini fotografata da Eddy Brofferio negli anni ’60.
Foto originale dedicata a Renzetti ©Archivio Eros Renzetti

A Saint-Dyé-sur-Loire, un anno, scattai delle foto a lei e a Kot3. Fabrizio e io, insieme, la incontrammo una sola volta in Italia4, a Ferrara, per la sua mostra al Palazzo dei Diamanti nel 1983. Lei conservava intensi ricordi dell’Italia, ma non amava i critici italiani che “non capirono la mia pittura”, ripeteva spesso, anche se la mostra di Ferrara fu un successo. Me lo scrisse anche in risposta a una lettera con la quale le chiedevo lumi per la presentazione della mia prima mostra, e mi consigliò di rivolgermi a scrittori piuttosto che a critici:

“Carissimo Giancarlo, ricevo la tua lettera. Ti devo dire che credo inopportuno per te presentazione mia. Da 7 anni (Ferrara Pal. Diamanti) non ò più esposto in Italia né avuto altri rapporti malgrado inviti di dare miei libri da tradurre o mi mandano libri insipidi da tradurre io qui in Francia. Dico sempre NO perché e benché ottime critiche a Ferrara non ci furono più contatti con Italia… Ti devo anche dire che giustamente per una certa affinità della tua con la mia pittura sarebbe idea malvista – mal-trattata – suppongo in Italia. Devi trovare un critico o scrittore più neutro come tendenza – e non troppo legato com’ero, come eri tu con Fabrizio. Cerca un buon scrittore piuttosto che “critico” – io farei così se fossi tè. Ti parlo con grande sincerità e una certa conoscenza dei critici italiani – non ricordo ora i nomi – furono clementi e positivi con me. Cerca uno scrittore è meglio. Mostro spesso le tue pitture nelle riproduzioni che mi ài lasciato e il bel disegno che piacciono ma mi si chiede se eri –sei – mio allievo (mai avuti) o di Fabrizio. Ciò si deve evitare per evitare etichette storte. – Qui non vedo e non tratto per il momento alcuno qui. Penso che mi capirai. – Che succede del cumulo dei documenti per Porcella che ò dato? Quando credono di fare quel numero. Scusami – anche per la scrittura sbilenca – dovuta a caldo improvviso schifoso. Qui la posta va molto male. Penso a te con viva simpatia e amicizia. Un bacio affettuoso Leonor” (6 aprile 1995).

Nel leggere la sua lettera rimasi perplesso, anche se capii che aveva ragione! Poi accadde che, in tarda serata, squillò il telefono: “Sono Leonor! Volevo dirti…”, e mi spiegò di aver pensato a uno scritto, a uno scritto-dedica per il mio catalogo. Me lo anticipò a voce, poi arrivò per posta e lo pubblicai in facsimile:

“Caro Giancarlo, quando guardo a lungo il tuo bel disegno del viso, che forse è mascherato bizzarramente, e anche quel chiaro tenue che vela i due esseri attirati che ardono, si capisce col tuo tocco pittorico il contrasto che avvolge tutto e spaventa. Leonor Fini”5.

Pensai allora che Leonor avesse interpretato bene le mie immagini, le quali, pur partendo da stilemi visionari, erano diverse dalle sue e all’opposto di quelle di Fabrizio Clerici, dove l’architettura è l’elemento principale.
A Ferrara, ricordo un episodio che ci fece divertire: avendola accompagnata nella sua camera d’albergo, che Franco Farina, promotore della mostra, premurosamente le aveva prenotato, dopo aver acceso la luce si precipitò al mobile bar e, dopo averne aperto con uno scatto lo sportello, con una bracciata ne spazzò via tutto il contenuto “velenoso”, come lei stessa lo definì, e ci infilò i suoi cibi dietetici che aveva riposto nella mia giacchetta, trasformata per l’occasione in portavivande.

EROS RENZETTI
Testa anatomica, 1989
tempera su carta, 32 x 30 cm
Parigi, collezione privata
Provenienza Leonor Fini, Parigi

Poi capitò che Fabrizio e io andammo a trovarla a Parigi. Non era la prima volta, ma quell’anno, ci aveva detto, si sarebbe inaugurata di lì a breve una sua importante retrospettiva al Musée du Luxembourg6. Ma, soprattutto, il vero motivo della nostra visita era che lei voleva rivedere Fabrizio, il suo amico di una vita, anche se non era passato troppo tempo dal loro ultimo incontro. Partimmo, io anche con l’idea di interpellarla su un certo ballo al quale loro due avevano partecipato negli anni cinquanta a Venezia.
In fase di partenza Fabrizio era sempre in uno stato di perenne agitazione, con i nervi tesi, ma l’idea di rivedere la sua cara amica lo attirava. Con Leonor si divertiva, amava chiacchierare con lei. Le loro conversazioni erano “spettacoli”: si cimentavano in imitazioni feroci di personaggi a me sconosciuti – ero troppo giovane – che avevano frequentato in passato, principesse, aristocratici e alti diplomatici che avevano ritratto e “spennato”, dicevano, all’epoca. Tra gli anni quaranta e cinquanta, infatti, erano stati forse tra i pittori figurativi più quotati, non solo in Europa, e ricevevano committenze esclusive da mecenati e ricchi collezionisti; tra i nomi altisonanti che richiedevano le loro “acrobazie con il pennello” c’erano i Rothschild, i Rockefeller, gli Agnelli… solo per citare i più noti. Assieme avevano lavorato tanto: a Roma e nella vicina Tor San Lorenzo7, e poi a Milano, a Monte Carlo, Ischia, Venezia, Parigi, Nonza, e sul lavoro badavano poco al divertimento, erano come due furie, molto rapidi.

Fabrizio Clerici e Leonor Fini fotografati da Eddy Brofferio negli anni ’60 a Nonza in Corsica.
Foto originale ©Archivio Eros Renzetti

Cambiando pelle e sembianze, i due “camaleonti” avevano giocato, con una tecnica suprema e sublime, con i tanti stilemi che dall’art nouveau giungono alle estreme esperienze dei primi decenni del XX secolo. Avevano guardato alla metafisica con rispetto, stima e complicità con Giorgio de Chirico, con amicizia per Alberto Savinio. Avevano “scherzato” con il surrealismo e frequentato Max Ernst, Leonora Carrington, Dorothea Tanning, Henri Cartier-Bresson e molti altri artisti e intellettuali, e mentre mademoiselle Fini diceva “no!” ad André Breton e monsieur Clerici leggeva assiduamente “Minotaure”, incontrando Tristan Zara e Jean Cocteau tra Milano e Roma, entrambi si legavano alla pari e à la page con Salvador Dalí8.

alla pari e à la pagecon Salvador Dalí

a sinistra: Leonor Fini e Salvador Dalí nel 1951.
Foto ©Archivio Eros Renzetti
a destra: Fabrizio Clerici e Salvador Dalí in occasione della mostra del pittore spagnolo presso il Casino dell’Aurora a Palazzo Rospigliosi Pallavicini, nella primavera del 1954. Alla parete la Madonna di Port Ligat.
Foto Interfoto, ©collezione: Raccolte Museali Fratelli Alinari (RMFA)-archivio Clerici, Firenze
LEONOR FINI
“L’Amour sans condition”, 1975
china su carta, 31,5 x 21,5 cm
Firmato: basso ds. L. Fini
Collezione Eros Renzetti, Roma
Donato dall’artista a Renzetti nel 1982

Quella volta accadde che, arrivati nella casa-studio di Leonor, dopo aver salito i gradini, uno diverso dall’altro, della scala a spirale fino al suo interno, quasi all’ultimo piano, suonammo il campanello, ignari di quanto lì a poco ci sarebbe capitato. Aprì la porta lei, o meglio una strana presenza. Già l’apertura anticipava un evento inquietante… Sorpresi e spaventati, fissammo l’entrata e intravedemmo un’ombra, una figura nera che tra il pollice e l’indice sventolava un libretto9. La voce era quella, inconfondibile, di Leonor che gridava: “È tuo amico questo?”. Forse quasi piangeva, tanto era agitata; poi ci abbracciò ed entrammo.
Io feci finta di giocare con i gatti, Fabrizio inforcò gli occhiali e, temendo che lei lo gettasse dalla finestra, le tolse dalle mani il libello incriminato. Si sedettero sul divano rosso e per un attimo calò il silenzio. A un certo punto Leonor si alzò, riprese il libro e con una matita che le aveva portato Rafael Martinez, suo assistente – che insieme a Richard Overstreet, amico di lunga data, condivideva da anni la vita con lei – cominciò a leggerlo ad alta voce, a correggerlo, a commentarlo, anche in francese, e nel frattempo a strapparlo gettandone i fogli per tutto il salone. L’oggetto di tanta collera era uno scritto di Indro Montanelli che, secondo lei, la denigrava. Fabrizio non ne sapeva niente, pur essendo molto amico di Montanelli. Lei capì e lanciò me la piccola pubblicazione, dicendo: “Portala in Italia e falla distruggere con le altre copie!”, come se io avessi avuto chissà quali poteri. Tuttora conservo la rara pubblicazione con le correzioni vergate di sua mano e gli strappi da lei inferti alle pagine intonse; come “vero” vi è evidenziato questo passo di Montanelli: “…cinquantasettemilaottocento franchi a un artigiano di Bari per delle mosche in metallo da applicare su un costume che essa porterà per una sola volta a una sola festa”.

LEONOR FINI
Les Migrateurs, 1983
olio su carta, 44 x 34 cm
Firmato: basso ds. Leonor Fini
Collezione Eros Renzetti, Roma
Donato dall’artista a Renzetti nel 1986

Note.

1 Laura Gavioli, La Panthera Pardus, il Re Luna, il San Sebastiano. Leonor Fini, Fabrizio Clerici, Eros Renzetti, in Leonor Fini. L’Italienne de Paris, catalogo della mostra a cura di Maria Masau Dan, Civico Museo Revoltella, Trieste, 4 lu-glio – 27 settembre 2009.
2 Giancarlo è il nome di battesimo di Eros Renzetti, e all’epoca Leonor Fini così mi chiamava.
3 Konstanty Aleksander Jeleński (1922-1987), poeta e scrittore polacco, legato per anni a Leonor Fini, con la quale conviveva.
L’amicizia di Leonor Fini con Fabrizio Clerici risale agli anni quaranta, con frequentazioni anche in Italia, ma soprattutto in Francia. Per questo aspetto si veda Laura Gavioli, op. cit.
5 Testo pubblicato nel catalogo della prima mostra personale di Eros Renzetti: Giancarlo Renzetti. Dipinti e disegni, Galleria Ca’ d’Oro, Roma, 26 giugno – 26 luglio 1995.
Leonor Fini, Musée du Luxembourg, Parigi, 17 giugno -16 luglio 1986, catalogo Éditions Guy Pieters.
7 Per la permanenza di Leonor Fini e Fabrizio Clerici a Tor San Lorenzo, nel comune di Ardea, si veda Laura Gavioli, op. cit., e i frames tratti dal documentario La torre del surreale, La Settimana Incom, 26 settembre 1952 (© Cinecittà Luce S.p.A.).
8  Per i rapporti tra Clerici e Dalí si vedano anche gli articoli di Fabrizio Clerici in ricordo dell’amico appena scomparso, Tre incontri con Salvador Dalí (Al ballo in camicia da notte), in “Il Giornale”, 24 gennaio 1989, e Tre incontri con Salvador Dalí (Lo scandalo di esse-re un genio), in “Il Messaggero”, 24 gennaio 1989. Nello scriverli Clerici volle rivedere, per controllare alcuni dati, la nostra conversazione sul ballo Beistegui, svoltasi nel 1986. Recentemente un’importante mostra a Roma: Salvador Dalí. Un artista un genio, curata da Montse Aguer e Lea Mattarella, al Complesso Monumentale del Vittoriano (9 marzo – 1 luglio 2012, catalogo Skira), presentava in catalogo un ricco capitolo, Salvador Dalí in Italia, a cura di Rosa Maria Maurell e Lucia Moni del Centre d’Estudis Dalinians della Fundació Gala-Salvador Dalí.
9 Leonor Fini. Omaggio a un sortilegio, testi di Marcel Brion, Jean-Claude Dedieu, Robert Lebel, Grytzko Miscioni, Indro Montanelli e Alberto Savinio, Giardini Editori e Stampatori, Pisa, 1986.

Il presente testo di Eros Renzetti è stato pubblicato integralmente con il titolo:

Maschere e domino. Conversazioni con Fabrizio Clerici, Leonor Fini, Marina Cicogna
in Fabrizio Clerici nel centenario della nascita, 1913-1993, a cura di Archivio Fabrizio Clerici,
monografia, Skira, Milano 2013, pp. 109,117.

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©Eros Renzetti

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Publisher: Skira
Organization: Archivio Fabrizio Clerici
Publication Date: Nov 2013
Publication Name: Fabrizio Clerici nel centenario della nascita 1913-1993